NON RIESCO A DORMIRE


 
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Sono seduta su una sedia nella stanza delle visite nell’angolo più lontano. Dovrei sdraiarmi sul lettino? Dovrei togliermi le scarpe? Sono stata così tante volte in queste stanze con i miei figli, è difficile pensare a quello che devo fare per me stessa.

La mia schiena è ben appoggiata allo schienale. Le mie gambe sono incrociate. Tengo in mano il mio telefono, controllo le e-mail, rapidamente cambio schermo per vedere il livello di zucchero nel sangue di mio figlio. Devo spegnere la suoneria; è la cosa educata da fare, vero? Ma se spengo la suoneria e succede di nuovo? Un giorno dell’anno passato, ho spento il telefono durante un appuntamento e nessuno aveva ricevuto il messaggio che non sarei stata disponibile. È stata l’unica volta in cui non ho risposto al telefono dopo la diagnosi di Henry. Le cose sono finite male.

Invece aumento il volume della mia suoneria.

Iniziano ad arrivare gli SMS. Guardo l’orologio sulla parete, guardo di nuovo gli SMS e quindi rispondo con le informazioni su quale bolo dovrebbe essere utilizzato per lo spuntino. Controllo di nuovo le mie e-mail.

Probabilmente sto morendo… penso. Magari il medico entra nella stanza, gli dico quello che provo e lui mi risponde “Davvero… Lei sta morendo”. Oppure: “Sì, lei è pazza”. Sarà una di queste due risposte… penso, con molta sicurezza.

Il medico entra nella stanza, si siede e mi chiede come mi sento. Si tratta del mio check-up annuale, che riesco a trasformare in un check-up biennale o triennale. Comunque mi sono presentata… Per me è davvero un grande sforzo. Automaticamente inizio a mettermi sulle difensive. Non so perché. Sono irritata con me stessa.

“Non riesco a dormire”, dico al medico. Le parole iniziano a uscire dalla mia bocca e arrivano fino al pavimento beige. Non riesco neanche a guardare il medico.

Gli dico: “A volte, quando sono a casa in piedi in una delle stanze, mi sembra di voler dire qualcosa, ma le parole non escono. Quando la mia bocca inizia a muoversi, la mia mente dimentica quello che stava accadendo. Penso che era davvero molto importante quello che volevo dire. E invece le parole sono sparite. Le mie mani sono intorpidite e nelle gambe ho la sensazione che potrebbero staccarsi da me e cadere. A volte, mi sembra di galleggiare fuori dal mio corpo. Mi sveglio la notte e mi sento il petto costretto. Credo di essere allergica a qualcosa. Forse al polline? Al mio cuscino? Ai miei cani? All’aria?”

Muovo le ginocchia verso la porta, tengo le mani sui braccioli della sedia, quasi mi spingo verso l’alto e verso l’esterno. Voglio riprendermi tutto quello che ho appena detto. Voglio uscire dalla stanza. Non voglio guardare il dottore… Non voglio niente di tutto questo.

Mi dice che dovrei dormire.

Gli dico che non ci riesco.

Mi chiede perché.

Quando inizio ad aprire la bocca per parlare, posso sentire le lacrime formarsi negli occhi. Posso sentire la costrizione al petto e tossisco. Cerco di schiarirmi la gola, ma la sento molto tesa. Sposto il dito verso uno dei miei occhi per nascondere il fatto che sto per crollare.

“Sono soltanto stanca” “Mi dispiace”. Credo che ci sia molto polline o qualcosa del genere in circolazione.

Passo le mani sopra le cosce.

Il medico continua a ripetere che devo dormire.

Io gli ripeto che non ci riesco.

Lui mi chiede di nuovo il perché.

E allora crollo totalmente. Come quando nei film si vedono le crepe che iniziano ad aprirsi sulla superficie della terra. Quindi tutto si spacca in due.

JUICE-BOX

Non posso dormire perché ho paura che mio figlio muoia. Non posso dormire perché gli allarmi suonano tutta la notte, le luci si accendono nei corridoi per arrivare alla sua stanza, quindi le luci si spengono per lasciarlo dormire. Do una sbirciatina nel buio per vedere la piccola goccia sulla striscia, attenuo il segnale acustico del monitor del glucosio nel sangue per evitare di svegliare il bambino. Il cuore mi si spezza quando i suoi livelli sono così bassi che non riesce ad afferrare la cannuccia con la bocca per bere il succo di frutta, raccolgo la sua testa intorno al mio braccio per aiutarlo a bere. A volte, sento l’odore della sua testa e ricordo quando era un bambino non malato di diabete, quando la sua vita era più sicura. Lui avvolge le braccia intorno a me e mi spinge in basso verso di lui; sussurra nel sonno, in piena notte: “Che numero ho?” Gli rispondo: “Non ti preoccupare. Tu sei perfetto. Ti voglio bene”. Esco dalla sua stanza buia e sono colpita dalla luce del corridoio. Scendo le scale fino alla camera da letto e, con ogni singolo passo, la mia mente inizia a pensare a tutto quello che è sbagliato, a tutto quello che devo risolvere, a tutte le persone che aspettano una mia risposta in merito a qualcosa.

Mi rimetto a letto e inizio a respirare; la mia mente mi ricorda che non sono in grado di riprendere a dormire e, quando finalmente ci riesco, suona di nuovo la sveglia. Mi sembra di non essere mai riuscita a chiudere occhio.

Conosci la sensazione che provi quando tuo figlio corre in mezzo alla strada? E viene quasi investito da un’auto? È lo stesso per me quando i livelli di mio figlio scendono. Può addirittura accadere cinque volte al giorno.

“Va tutto bene”, dico al medico. “Passerà”. “E poi tornerà. Non smette mai”.

Mio marito? Lui è meraviglioso Noi facciamo i turni. Se uno di noi è davvero stanco, l’altro rimane vigile tutta la notte. Ma comunque si sentono suonare gli allarmi. Anche quando non tocca a me alzarmi, mi sveglio, aspetto che mio marito torni e gli sussurro “Che numero ha?”. E così fa lui quando è il mio turno.

Quando senti l’altra persona correre su per le scale, ti preoccupi, infatti sai che sta cercando lo zucchero, perché è già finito tutto il succo di frutta lasciato sul comodino. Ti chiedi se è vero che questa diagnosi non è stata provocata da te… Sai che è stupido pensare questo, ma comunque ti succede. Come è possibile non pensare questo di una persona che è cresciuta dentro il tuo grembo? Lui non ha chiesto di essere nato. Tu lo hai deciso e ti sembra che il tuo corpo lo abbia tradito.

Sto piangendo, e respiro profondamente mentre parlo con il medico. Continuo a parlare dei miei sintomi e a ripetere “mi dispiace” e a dire “di solito non sono così agitata; sono semplicemente stanca”.

C’è così tanto pollice nell’aria.

Continuo a controllare il mio telefono perfino quando parlo, a controllare il suo glucosio nel sangue: è un impulso inarrestabile. In questo momento lui è stabile, ma io lo sono? No, io non lo sono.

Sono trascorse 4 settimane da quando ho dormito per l’intera notte.

La prima notte in due settimane durante la quale era rimasto stabile costantemente, e non si era attivato alcun allarme, mi sono svegliata all’improvviso alle due della mattina, ed ero convinta al 100% che fosse morto. Il suo Monitor del glucosio continua a emettere valori se è morto? Quale sarebbe il suo livello di zucchero se fosse morto? Rimango intrappolata in questi orribili e macabri pensieri, fino a quando mi alzo dal letto, vado nella sua stanza e metto una mano sulla sua guancia e l’altra sul suo petto, soltanto per essere sicura che sia vivo. Neanche mi merito questo bellissimo bambino, penso. Scendo dalle scale e penso a ciò che ho fatto di sbagliato. So che questa malattia non ha niente a che fare con me, ma non posso scrollarmi di dosso questa idea. Non so se ci riuscirò mai.

“Bene”. Dice il medico. “So cosa le succede”.

“Sto morendo?” Ho il viso rosso e ho smesso di asciugarmi le lacrime.

“No. Lei non sta morendo. In effetti, sarei disposto a prelevare il mio stipendio di un anno, andare a Las Vegas e scommettere tutta la somma sulla convinzione che Lei non stia morendo”.

“Mi auguro che Lei sia un bravo giocatore d’azzardo”, gli dico. “Mi dispiace”. Ripeto ancora. “Mi dispiace”.

“Ascolti. Dal momento in cui è entrata in questa stanza ho capito che Lei era nervosa. Lei sta dissipando eccessivamente le Sue energie in questo momento. Sono preoccupato. Lei rende anche me nervoso perché è così nervosa. Lei ha bisogno di dormire e di prendersi cura di se stessa”.

Lei soffre di un disturbo molto comune, chiamato Ansietà del caregiver. In questo momento, il Suo caso è gravissimo.

“Tutto qui?”. Gli chiedo?

“Non è affatto poco”, mi risponde.

Mi metto a ridere con questa risata che somiglia a un pianto. Mi è rimasta solo questa.

Mi sembra impossibile che la mia possa essere una malattia. Mio Dio… sono debole.

Il dottore vuole che io dorma tutta la notte. Giuro che ogni parte del mio essere si ripiega su se stessa, indietreggiando all’idea di non essere in grado di svegliarmi quando devo farlo. Quando Henry ha bisogno di me.

“Lei è esausta”, mi dice.

“Ma mio figlio è vivo proprio perché mi sveglio”, gli rispondo.

“Ci sono problemi più grandi del mio”, gli spiego. Le persone devono occuparsi di questioni più importanti. E io non riesco a gestire questa situazione.

Mi vergogno.

Voglio che nessuno lo sappia.

Voglio aiutare tutti.

Ma io non voglio ricevere alcun aiuto.

Il mio corpo funziona, ma il mio cervello no.

Sono stanca.

Sto deludendo tutti.

Allora, inizio a dirlo alle persone. Prendo in giro me stessa; a volte, so fare solo questo. Provo pietà per me stessa. Mi sembra che dicendolo ad alta voce posso accettarlo. Se un’amica mi avesse detto questo, e mi avesse chiesto di aiutarla, io avrei fatto tutto il possibile per esserle di sostegno. Continuo a dirlo, sperando che forse mi farà sentire meno una fallita.

Come se magari mi sentirò meglio presto.

Forse posso riuscirci.

 

 

WRITTEN BY Sara Jensen, POSTED 12/13/19, UPDATED 02/25/20

In veste di Direttore creativo di Beyond Type 1, fin dall'inizio Sara si è occupata dei nostri design e marchi sensazionali dal punto di vista visivo. Suo figlio Henry ha ricevuto la diagnosi di diabete di Tipo 1 all'età di 5 anni nel 2013, e, con il passare del tempo, si è trasformato in un influente ambasciatore per le questioni relative al diabete. Oltre a prestare servizio presso Beyond Type 1, Sara lavora anche come Direttrice creativa per l'arredatrice di classe mondiale Genevieve Gorder. Sara è molto interessata alle adozioni in affidamento, a Beyond Type 1, alla buona cucina e al senso dell'umorismo. Sara vive su una minuscola isola in mezzo a un grande oceano. E ha molte storie da raccontare...